Barahir
1.
| Genealogia | |
Boromir
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Bregor
___________|__________
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Bregolas Barahir
__________|_________ = Emeldir
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Belegund Baragund Bereth Beren
= Lúthien
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Barahir era figlio di Bregor e padre di Beren.
Sposò Emeldir Cuor-di-uomo dalla quale ebbe Beren.
Durante la Dagor Bragollach, Finrod Felagund, che a marce forzate giungeva dal sud, si trovò tagliato fuori dalla sua gente, isolato e circondato da pochi compagni nella Palude di Serech. Qui sarebbe stato ucciso o catturato, se non fosse stato per Barahir che giunse in soccorso con i suoi uomini più valorosi. Essi fecero attorno a Finrod un muro di lance e si aprirono un varco (a prezzo di gravi perdite) salvando Felagund. Questi giurò di prestare aiuto e soccorso a Barahir e a quelli del suo sangue in ogni momento di bisogno. In pegno di tale promessa gli donò il suo anello (che diverrà noto come Anello di Barahir).
© Anke-Katrin Eissmann - The Oath of Finrod to Barahir
(immagine non utilizzabile senza previo consenso dell'autore)
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Questi, divenuto di pieno diritto signore della Casa di Bëor, tornò nel Dorthonion, ma gran parte delle sue gente fuggì dalle proprie case e si rifugiò nella roccaforte dello Hithlum.
Tuttavia, Barahir, non essendo intenzionato a fuggire dal Dorthonion, vi rimase, contendendo strenuamente il terreno agli avversari. Allora Morgoth perseguitò la sua gente senza pietà, finchè pochi furono i superstiti. Alla fine, divenuta disperata la situazione di Barahir, sua moglie Emeldir, nonostante fosse più propensa a combattere assieme al figlio e al marito anzichè fuggire, radunò tutte le donne e i bambini superstiti, distribuì armi a chi di loro fosse in grado di portarne e li condusse nel Brethil, seppure con molte perdite e sofferenze.
Dei dodici compagni di Barahir solo dodici sopravvissero: suo figlio Beren, Baragund e Belegund suoi nipoti (figli di Bregolas), e nove fedeli servitori della sua casa: Radhruin e Dairuin, Dagnir e Ragnor, Gildor e Gorlim, Arthad e Urthel, e Hathaldir.
Essi divennero una banda di fuggitivi (privi di mogli, figli e abitazioni) braccati come bestie selvatiche: essi si ritirarono su un nudo altopiano sopra la foresta del Dorthonion, vagando e fuggendo quanto più potevano le spie e le scolte di Morgoth. Infine essi si rifugiarono presso il lalgo Tarn Aeluin, circondato da brughiere selvagge.
Successivamente Gorlim, ingannato da Sauron, rivelò il nascondiglio dei Barahir che presto fu circondato dagli Orchi che sorpresero gli Uomini del Dorthonion. Li uccisero tutti tranne Beren, che era stato inviato dal padre a sorvegliare le mosse dell'Avversario, ed era lontano dal covo al momento della sortita. Allora Beren seppellì le ossa di suo padre Barahir ed eresse un tumulo di sassi sopra di lui, e su esso pronunciò un giuramento di vendetta.
Infatti Beren si diede all'inseguimento degli Orchi che avevano ucciso suo padre e i suoi familiari, e ne scoprì di notte il campo al Pozzo di Rivil, sopra la Palude di Serech. Riuscì senza essere visto ad arrivare presso il falò davanti al quale il capitano degli Orchi si vantava delle proprie imprese ed esibiva la mano di Barahir che aveva mozzato e sulla quale si trovava ancora l'anello di Finrod. Allora Beren balzò da dietro una roccia e uccise il capitano e, afferrata la mano mozzata del padre, fuggì scampando agli Orchi ed avendo vendicato suo padre Barahir.
2. Barahir nipote di Faramir
Era nipote di Faramir, Sovrintendente di Gondor e Principe d'Ithilien.
Presumibilmente era il figlio di Elboron (personaggio presente solo in HoME, XII.221 quale figlio di Faramir ed Éowyn), e quindi anch'egli fu Sovrintendente di Gondor e Principe d'Ithilien.
Fu l'autore della versione integrale del Racconto di Aragorn ed Arwen, scritto dopo la morte di Re Elessar.
Fonti: ISdA (Prologo, N).
3. Barahir il Sovrintendente
Date: 22903-2412 T.E. (122 anni)
Regno: 2395-2412 T.E. (17 anni)
Barahir fu l'ottavo Sovrintendente Regnante di Gondor.
Era figlio di Túrin I e padre di Hador.
Fonti: ISdA (App. B), HoME, XII.
4. Barahir messaggero
Precursore di Hirgon, il messaggero che recò la Freccia Rossa a Théoden. Vedi HoME, VIII.242, 244.
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Note:




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